🎙️ Intervista a Roberto Pivetti: La filosofia del nuoto applicata all’impresa

Domanda: Da oltre venticinque anni lei pratica il nuoto a livello agonistico. Più che un semplice sport, nel suo libro il nuoto emerge come un vero e proprio stile di vita. In che modo questa disciplina ha plasmato la sua forma mentis?
Risposta (Roberto Pivetti): Il nuoto è uno sport individuale estremamente severo. Quando giochi in una squadra di calcio o di basket, una giornata no può essere in qualche modo compensata dalle prestazioni dei tuoi compagni. Nel nuoto questo non esiste. Quando sali sul blocco di partenza, con il silenzio della piscina, le luci puntate addosso e il segnale del via, sei completamente, drammaticamente solo. Tutta la tensione, la pressione e la responsabilità dell’esito gravano unicamente sulle tue spalle.
Questo sport ti impone un paradosso quotidiano: ci si allena duramente per mesi, nuotando diverse ore al giorno per macinare chilometri e chilometri in vasca, per poi giocarsi il lavoro di un anno intero in una gara che dura pochissimo, a volte quattro o cinque vasche in cui non c’è alcun margine d’errore. Questo ti costringe a sviluppare una disciplina maniacale e una profonda indipendenza, valori che porto con me ogni giorno fuori dalla vasca.
Domanda: Nel testo lei insiste molto su un concetto chiave: la sottile ma abissale differenza tra l’essere “pronti” ed essere “preparati” per la gara. Ce lo può spiegare?
Risposta: È un pilastro della mia filosofia. Essere pronti significa semplicemente reagire a una situazione già pianificata e nota. Sono pronto quando guardo l’orologio, so che alle nove di sera devo uscire a cena e mi vesto. Essere preparati, invece, è qualcosa di molto più profondo. Significa aver sviluppato una tale disciplina, uno studio così rigoroso e una tale solidità di metodo da poter gestire l’ansia, la solitudine e l’imprevisto quando ti trovi da solo sul blocco di partenza o nel bel mezzo di una tempesta di mercato.
Quando affronti la scelta di avviare un’attività, di cambiare rotta alla tua carriera o di gestire una crisi, non sarai mai del tutto pronto, perché un margine di rischio farà sempre parte del gioco. Ma se hai faticato duramente in “allenamento” e hai costruito le giuste competenze, sarai sempre preparato a governare la gara e ad affrontare l’ignoto.
Domanda: Come si ripercuote concretamente questa “lezione della vasca” sul suo lavoro quotidiano e sulla leadership all’interno di Solving UNI.on?
Risposta: Si ripercuote su ogni singola decisione strategica. Quando nel 2018 mi sono trovato improvvisamente disoccupato, con un figlio in arrivo e la paura di abbandonare la sicurezza del lavoro dipendente, la dinamica mentale che mi ha salvato è stata esattamente quella del nuoto. In mezzo al traffico, ho capito che non potevo aspettare che qualcuno mi salvasse; dovevo tuffarmi.
Oggi, applicare il nuoto al lavoro significa non farsi travolgere dal panico quando un evento esterno stravolge i piani aziendali. Proprio come l’allenamento quotidiano in piscina non serve a prevedere ogni singolo imprevisto della gara ma a darti la forza per gestirlo, così in azienda standardizziamo i processi, investiamo sulla digitalizzazione del know-how e creiamo una struttura flessibile. In questo modo, se un cliente ci chiama per un’urgenza critica o se il mercato cambia marcia, la squadra è preparata a rispondere in poche ore, riprogrammando l’agenda senza perdere lucidità.
Domanda: Nel libro c’è un parallelismo affascinante tra il controllo del nuotatore e quello dell’operatore industriale. Anche il cantiere, in fondo, richiede la stessa mentalità della piscina?
Risposta: Assolutamente. C’è un momento preciso, quando abbassi la maschera di protezione davanti al viso, in cui il mondo esterno scompare. Resti solo tu, il rumore sordo della saldatrice e quel bagliore accecante. Sotto quel guscio di plastica nera non contano le teorie o le parole spese nelle sale riunioni: conta solo la tua mano, la tua costanza e la tua precisione. È la stessa identica sensazione di quando hai la testa sott’acqua.
Il nuoto mi ha insegnato il rispetto ossessivo per i parametri e per la tolleranza millimetrica. Un buon leader non è colui che esegue un compito perfetto in isolamento, ma colui che, avendo masticato la polvere del cantiere e i chilometri della vasca, crea un metodo replicabile affinché l’intera squadra possa operare al massimo delle proprie potenzialità, riducendo a zero l’errore umano.